Si può morire di arte?
L’arte può portare alla malattia
o addirittura alla morte?
Il binomio genio e sregolatezza
ha da sempre caratterizzato lo stile di vita di molti artisti, ma in questo
caso i termini della questione si spostano su un aspetto poco noto e puramente
tecnico, soprattutto nel campo della pittura: la composizione e l’utilizzo dei
colori.
I prodotti per dipingere attualmente
in commercio rispettano i requisiti standard di sicurezza e tutela della salute
previsti dalle normative Ue ed internazionali, ma in passato la situazione era
ben diversa.
Facciamo dunque qualche passo
indietro nel tempo…
Tra la seconda metà del
Settecento e l’inizio del Novecento, con il progresso della chimica, vennero
sintetizzati un gran numero di composti che arricchirono la tavolozza a
disposizione degli artisti da 16-17 pigmenti fino a 60: i pigmenti di colore
giallo, verde brillante, azzurro ceruleo e viola rappresentavano novità cromatiche
senza precedenti in termini di intensità e luminosità.
Inoltre i loro prezzi erano senza
dubbio alla portata di molti più pittori rispetto al passato.
Eccellenti prestazioni cromatiche
e maggiore economicità crearono dunque una situazione senza precedenti, in
grado di rivoluzionare l’arte pittorica come mai era accaduto nel passato.
Purtroppo l’esperienza insegna che
ogni medaglia ha il suo rovescio e a farne le spese furono non solo i produttori
di tali colori ma anche i pittori stessi, che li usavano senza essere consapevoli
della natura dei nuovi composti chimici e della loro pericolosità.
Infatti l’uso di alcuni pigmenti a
base di metalli pesanti nella pittura ne provocava la tossicità ed esponeva a
rischi di gravi intossicazioni coloro che li usavano e maneggiavano con la
frequenza richiesta dal loro mestiere.
Il Verde smeraldo o Verde
di Parigi (acetoarsenico di rame), ad esempio, era
estremamente brillante ma la presenza dell’arsenico lo rendeva altamente tossico;
la sua eccellente resa cromatica ne fece un pigmento talmente alla moda da
essere usato in modo massiccio anche nella carta da parati: tra le ipotesi
circa le cause della morte di Napoleone Bonaparte vi è anche quella dell’avvelenamento
da arsenico, contenuto nella tappezzeria che rivestiva le pareti della sua
residenza a Sant’Elena.
Il Blu di Prussia (ferrocianuro
ferrico) si distingueva per bellezza… e pericolosità: il pigmento era in
grado di rilasciare acido cianidrico, una delle sostanze più tossiche
conosciute, se riscaldato o mescolato con acidi forti.
Il Giallo cromo (cromato di
piombo) era adorato dagli artisti per il suo giallo
intenso, conteneva piombo, ed era tanto luminoso quanto letale.
Verde brillante, blu intenso,
giallo talmente vivo da evocare e trasmettere istantaneamente i sentimenti dell’artista
…..senza questi pigmenti i quadri di Van Gogh non avrebbero mai potuto essere
dipinti!
Si pensa per contro che l'esposizione a metalli pesanti, soprattutto al piombo contenuto nel “giallo” che ha reso iconiche e immortali le sue tele più famose, possa aver aggravato in modo irreversibile i problemi neurologici di Van Gogh. Egli infatti soffriva di xantopsia, un disturbo visivo che provoca la percezione di tutti gli oggetti come se visti attraverso un vetro giallo: nel caso dell’artista, esso era causato dall’abuso di assenzio. Pertanto l’uso sistematico di tale colore, legato alla sua percezione visiva distorta, incrementava l’intossicazione da piombo e di conseguenza i disturbi ai danni dell’apparato nervoso.
La sua famosa “pazzia” sembra avere dunque tra le cause l’uso di quei
colori che tanto adorava e che le le sue dita hanno saputo trasformare in
capolavori immortali.
Molti pittori hanno dunque perso
inconsapevolmente la salute nel realizzare i propri capolavori: nelle loro tele
i colori si mescolano anche al loro dolore, sublimandolo e consegnandolo per
qualche misteriosa alchimia all’eternità.

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