La solitudine nell’epoca dei social
Viviamo in un'epoca in cui siamo tutti “connessi”: ogni giorno riceviamo centinaia di notifiche, scrolliamo per ore sui social, mettiamo like e commenti; eppure, paradossalmente, mai come adesso ci sentiamo così soli.
A volte mi capita di guardarmi intorno, nei corridoi della scuola o in metropolitana, e di notare una cosa: tutti con il telefono in mano, ma pochi che parlano davvero. Sembra che comunicare sia diventato più facile, ma anche più superficiale: ci mostriamo sui social, ma spesso nascondiamo proprio quello che sentiamo davvero.
Pascal diceva che una delle più grandi miserie dell’uomo è “non saper restare solo in una stanza”: aveva già capito, secoli fa, quanto siamo bravi a distrarci da noi stessi. Al giorno d' oggi quella "stanza" è il nostro telefono: appena siamo soli ci rifugiamo lì, come se il silenzio o la solitudine fossero un qualcosa da evitare a tutti i costi.
La soluzione non è demonizzare la tecnologia, bensì chiederci: stiamo usando i social per avvicinarci agli altri o per riempire un vuoto? Stiamo costruendo relazioni vere o solo mantenendo apparenze?
L’amicizia, l’amore, perfino il dialogo con noi stessi richiedono tempo e presenza reale: un vero “come stai?” vale più di cento emoji: non dovremmo avere paura della solitudine perché è proprio lì che impariamo a conoscerci meglio, a capire chi vogliamo essere e anche che tipo di relazioni vogliamo nella nostra vita.
Vorrei concludere affermando che forse non è necessario disconnettersi del tutto, ma solo riconnettersi in modo più autentico: ogni tanto occorre abbassare il telefono e guardare in faccia le persone perché un like non sarà mai uno sguardo e un reel non racconterà mai quello che hai nel cuore.

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